Juve-Inter non finisce mai. Perché?

JUVENTUS-INTER

Sono passati quasi 6 giorni dalla sfida tra la Juventus e l’Inter allo Stadium ma ancora ieri esponenti delle due società si sfidavano a colpi di dichiarazioni e comunicati. Per non farci mancare nulla sono stati prodotti articoli su articoli e sono usciti video in cui Rizzoli ferma Icardi davanti a Buffon etc, etc, etc. Tutte cose che già sapete. Dato che per 24 ore sono rimasto in balia delle onde e non riuscivo più a capire cose fosse giusto e cose fosse sbagliato nella mia idea di calcio, vorrei fare un po’ d’ordine. O almeno provarci. Da una parte ci stanno gli interisti, che si lamentano per la mancata concessione di un paio di rigori e per la squalifica di Icardi e Perisic per 2 giornate; dall’altra ci sono gli juventini convinti che manchi a loro qualcosa e non agli avversari. Un bel clima disteso.

Premessa: questo è un mio post su Facebook pubblicato dopo la partita che può far capire al meglio come la penso. “La cosa più triste di questo #JuveInter è il post gara. Una buona partita, a tratti anche divertente, deve essere, come spesso accade, oscurata dalla mancanza di obiettività nell’analisi, soprattutto di alcuni episodi. Primo tempo più intrigante del secondo con la Juve che si dimostra ancora più squadra dell’Inter che, però, sembra sulla strada giusta per colmare il gap. Forse i nerazzurri meritavano il pareggio ma nel calcio conta chi la butta dentro. I migliori allo Stadium sono Pjanic, Khedira, Gagliardini e Handanovic. Ps. Qualcuno segnali Chiellini alla FIN per le Olimpiadi di Tokyo, le basi ci sono.”.

Dopo il triplice fischio si è partiti subito con la super moviola in ogni trasmissione calcistica del Belpaese ed è iniziato un balletto molto divertente che possiamo intitolare “Se l’avesse fatta in Europa…”. Da Sky a Mediaset passando per la Rai ci sono opinioni molto contrastanti al punto che nessuno è in grado di affermare se un fallo di Lichsteiner su D’Ambrosio è rigore o meno. Molti se ne escono con la solita frase  accennata sopra ma non riescono a proferire un “sì” o un “no”. Quindi? Di che parliamo? E così si va avanti fino a lunedì sera quando un ‘eroico’ giornalista si mette contro uno studio televisivo intero per provare a dire la sua, premettendo la meritata vittoria della Juventus, ma niente. Non c’è verso. Lo stesso accade per un fallo di mano evidente di Gary Medel in area nerazzurra ma nessuno dice nulla, anzi, quella diventa l’arma da spiattellare in faccia a chi mostra solo gli episodi favorevoli alla parte avversa. Siamo seri? Davvero siamo arrivati a questo? Qui termina la parte televisiva.

Esaminiamo l’edicola. Leggendo diversi articoli mi hanno colpito molto quelli di un tifoso juventino e uno interista, par condicio involontaria, molto noti per le loro apparizioni in tv. Il primo è di Massimo Zampini, bianconero, che riesce ad infilare nello stesso titolo l’Inter e la parola dell’anno 2016 “post verità” e si diverte a descrivere la squadra nerazzurra e i suoi tifosi come dei manipolatori di professione (“[…] slegare completamente la percezione pubblica da quelli che sono gli eventi, in cui l’Inter è una vera e propria fabbrica. […]”). Roba da MinCulPop o da Pravda, insomma.

Anche Claudio Cerasa, interista, che di solito si occupa di politica, e lo fa anche bene, vuole dire la sua sul post Juve-Inter. Nel pezzo del 9 febbraio si diletta a fare un parallelo tra i tifosi interisti e i grillini: “[…] il tifoso interista, ancora scioccato forse da quel maledetto 5 maggio, ha smesso di guardare il mondo con occhi sinceri e ha creato una realtà virtuale all’interno della quale ha accettato di diventare il prototipo del grillino perfetto, scaricando le proprie incapacità sul sistema corrotto, delegittimando gli arbitri per nascondere i propri difetti e cercando infine di cavalcare, con la complicità dei giornali della buona borghesia calcistica da tempo specializzati nell’alimentare su ogni fronte gli istinti anti casta, una penosa via giudiziaria per la risoluzione dei conflitti calcistici. […] “. Nella parte finale il direttore de Il Foglio ci va giù pesante e afferma: “[…] l’interista ha la particolarità unica di essere il punto di intersezione perfetto tra la frustrazione del popolo (la Curva Nord) e l’indignazione della borghesia (la Gazzetta dello Sport). […]”. La domanda che molti tifosi si pongono è il perché di questa generalizzazione esasperata? Capisco le esigenze di dover rispondere a diversi tipi di lettori ma così non si aiuta il dibattito, anzi, lo si inasprisce ancora di più. Davvero siamo convinti che tutti la pensino alla stessa maniera sulla gara e si fa di tutta l’erba un fascio? I distinguo si possono operare solo per talune tematiche (politica, economia, cultura) o vanno bene anche per lo sport? 

Questa settimana dovrebbe farci capire, più di altre, quanto è importante che gli organi di informazione  facciano il loro mestiere in maniera seria e imparziale. Da stasera riparte il campionato e la speranza è quella di non vedere più settimane brutte come questa che sta per finire.

PS. Questa cosa non volevo scriverla ma ormai ci sono e quindi via, mi tolgo anche questo dente. Da inizio anno sono state portate avanti petizioni per cacciare un giornalista e sono stati scritti articoli in cui si invitano i direttori a buttare la maschera per dichiarare la propria partigianeria. Queste dimostrazioni partono o vengono appoggiate dagli stessi che si divertono a dare lezioni di giornalismo agli altri. Confortante.

O capitano! Mio capitano!

Foto tratta da tuttocalciatori.net

Foto tratta da tuttocalciatori.net

“O capitano! Mio capitano!” è una poesia scritta dal poeta e scrittore statunitense Walt Whitman nel 1865 sulla morte di Abraham Lincoln ed è uno dei riferimenti principali sui cui si basa il film “L’attimo fuggente” ma qui prendiamo in prestito l’espressione per una situazione molto diversa. Quello che è successo nelle ultime ore in casa Inter è qualcosa che nemmeno uno sceneggiatore bravo avrebbe mai pensato: il capitano della squadra scrive un libro dove sono presenti un paio di pagine in cui ci sono degli attacchi nei confronti degli ultrà. Non bastasse ciò con la società, che in prima battuta si schiera a favore della curva, decide di lasciare la fascia al calciatore che dovrà pagare una multa e modificare alcune parti del libro incriminato. Fantascienza, in pratica. La confusione che si è creata intorno a Mauro Icardi e alla società nerazzurra vede delle colpe da parte di tutti gli attori in causa, nessuno escluso.

Icardi. Davvero il capitano di una squadra come l’Interazionale FC di Milano nella sua autobiografia può permettersi di scrivere quelle cose? Davvero Mauro da Rosario è convinto che quelle frasi (“Porto cento criminali dall’Argentina e poi vediamo”) siano degne di una persona che dovrebbe rappresentare una  squadra di tale levatura in campo e fuori? A memoria, non mi pare di aver mai sentito parlare o scrivere Giacinto Facchetti, Graziano Bini, Beppe Baresi, Armando Picchi, lo Zio Bergomi, Sandro Mazzola o Javier Zanetti in questi termini. E sto parlando di gente che ha fatto la storia di questo club. È stato osannato da molti per essersi scagliato contro la frangia più estrema della tifoseria ma, adesso, chi paga dazio per questa situazione? Il club. E se ami davvero la squadra per cui giochi magari ci pensi due volte prima di scrivere delle cose che, vere o meno, possano destabilizzare un ambiente già fragile di suo. In diverse parti del libro Maurito descrive con gioia la sua investitura a capitano dell’Inter ma alla prima occasione utile per dimostrarlo, fuori dal campo, ha ‘toppato’ clamorosamente riaprendo una ferita di un anno e mezzo fa senza un motivo preciso e inserendola in un capitolo che si chiama “Un fiocco rosa”, dove parla della nascita della sua prima figlia. Scelta alquanto discutibile. Davvero Icardi vuole entrare nella storia dell’Inter? Allora deve mettersi in testa che deve giocare, deve far goal e lasciare perdere tutto ciò che è nocivo per lui e per la società. Questo vuol dire essere “capitano”. Lo strappo non sarà facilmente sanabile con la Curva Nord ma il tempo e l’impegno in campo possono far dimenticare tutto.

Curva. Anche questa volta abbiamo assistito al solito circo secondo cui quelli che vanno a vedere le partite in curva sono tutti dei malviventi o giù di lì e quello striscione esposto davanti casa di Icardi da parte della Curva Nord non ha fatto altro che perorare questa idea ma la mia domanda è: davvero dobbiamo ridurci alle solite generalizzazioni banali? Siamo seri, suvvia. Cosa sarebbe successo se a scrivere le frasi del libro fossero stati gli ultras? Sarebbe stato interessante entrare in questo punto della discussione ma, purtroppo, è partito il solito treno di articoloni ed editoriali sul “problema curve” da parte di filosofi e luminari che sfociano in un altro campo: quello dei marchettari. Se quella situazione riguarda la squadra del cuore del direttore o di un amico possiamo chiudere un occhio, strizzarlo agli ultrà e biasimarli per la chiusura della curva. La linea deve essere una e una sola perché non si tratta di partigianeria ma di un problema serio che non è mai stato affrontato davvero nel nostro paese. Le frange più estreme del tifo non possono imporre a nessuna squadra chi deve essere il capitano o ergersi a giudici delle situazioni. È sempre più evidente il cortocircuito tra queste frange e le società calcistiche, che non riescono più a gestirle, ma bisogna essere seri e ponderati e non andare come i girasoli. È anche vero che a Milano non succede ormai più nulla da anni ma, a mio parere, se ci sono dei ruoli bisogna rispettarli. Gli ultrà devono fare gli ultrà: possono cantare per 90′, esultare e contestare ma nulla di più. Il resto è un’altra cosa.

Società. Qui siamo alle solite. Sarà anche vero che il cambio di proprietà vede l’assenza di figure forti in questo momento e che la settimana prossima ci sarà un importante Cda, ma davvero nessuno all’Inter sapeva dell’uscita dell’autobiografia del capitano? Javier Zanetti, autore di uno scivolone clamoroso prima della gara col Cagliari, e Piero Ausilio, quanto mai frastornato nel post, davano la sensazione di essere su un altro pianeta. Per quale motivo nessuno, e dico nessuno, ha buttato un occhio alle bozze di libro che si sfoglia in 2 ore? Non c’è risposta.

Un ‘altra chiave di lettura potrebbe far riferimento a dei problemi tra la nuova società e la curva e per questo gli ultrà hanno voluto dare un segnale, anche se dalle parole di uno dei capi del secondo anello verde, riprese da più quotidiani, non traspare nulla di tutto questo.

L’errore più grande che emerge da questa storia è a monte: dare la fascia ad un ragazzo di 22 anni in un periodo in cui la squadra non va bene e la società è in fase di transizione non è stata una grande idea. E gli errori si pagano, prima o poi. La scelta di non toglierla adesso è molto condivisibile ma ad Appiano Gentile sappiano che bisogna invertire la rotta e lavorare in maniera diversa altrimenti la situazione non migliorerà mai su tutti i fronti: da quello prettamente societario a quello tecnico.

Foto tratta di fcinter1908.it

Foto tratta di fcinter1908.it

Tutto questo caos creatosi per due pagine di un libro, che altrimenti non avrebbe avuto alcuna visibilità, ha messo parecchia tensione in tutto l’ambiente e chi era allo stadio domenica ha parlato di “clima surreale”. Chi ne fa le spese? L’Inter, naturalmente. La società più masochista della storia del calcio mondiale: quando c’è la possibilità di farsi del male i nerazzurri sono sempre in pole position. Una qualità innata. In questo momento la situazione non è delle migliori e bisognerebbe lavorare per risalire la china al più presto invece che soffermarsi su altro. Una delle personalità che più mancano al calcio moderno e che molti hanno invidiato alla squadra nerazzurra è, sicuramente, l’avvocato Peppino Prisco che nella parte di una canzone che viene cantata al Meazza prima delle gare afferma: “Io ho cercato di servire sempre e solo l’Inter”. Questo è quello che dovrebbero mettersi in testa tutti: dal numero uno della società passando per il capitano e la squadra fino ai tifosi. Di esempi ce ne sono, basta seguirli.

Il patto per la Basilicata, le linee guida del Masterplan per il Sud e i giocatori che non cambiano “quasi” mai

renzi pittella

“Una cosa va detta con chiarezza: non sono le risorse che mancano. Tra Fondi strutturali (FESR e FSE) 2014-20 pari a 56,2 miliardi di euro, di cui 32,2 miliardi di euro europei e 24 miliardi nazionali, cui si aggiungono fondi di cofinanziamento regionale per 4,3 miliardi di euro, e Fondo Sviluppo e Coesione, per il quale sono già oggi disponibili 39 miliardi di euro sulla programmazione 2014-20, stiamo parlando di circa 95 miliardi di euro a disposizione da qui al 2023 per politiche di sviluppo. E’ la capacità di utilizzarli che è mancata per decenni, come testimonia il ritardo accumulato fino al 2011 nella spesa dei Fondi europei e il fatto che a tutt’oggi il Fondo Sviluppo e Coesione abbia una disponibilità residua relativa ai cicli di programmazione 2000 – 2006 e 2007 -2013 per circa 17 miliardi che, per inciso, porta la capacità di spesa sul territorio da qui al 2023 a 112 miliardi. Il Governo, come dimostra il recupero di capacità di spesa dei Fondi 2007-13, sta operando per riattivare la capacità di utilizzare le risorse disponibili”.

Non è il massimo iniziare un articolo con un virgolettato così lungo però volevo provare a spiegare da dove è nata l’idea di scrivere di un tema così importante che volevo evitare, forse perché ritengo che altri possano farlo meglio di me. Alla fine non ho resistito. Lo scorso 2 maggio Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri e segretario del Partito Democratico, è stato a Matera con Marcello Pittella, Governatore lucano, per firmare il “Patto per la Basilicata” (testo e scheda) che rientra nel “Masterplan per il Mezzogiorno” (clicca qui). Progetto ambizioso e molto interessante anche perchè il nostro Presidente del Consiglio, qualche tempo fa, alla cerimonia di abbattimento dell’ultimo diaframma della galleria di Mormanno sulla Salerno-Reggio Calabria ha dichiarato: “Noi il Sud lo riprendiamo punto per punto, centimetro per centimetro, e lo riportiamo alla guida del Paese”. Va bene, benissimo. Tutto giusto ma come diceva lo stesso Renzi qualche tempo fa: “Affrontare il problema del Sud semplicemente con notizie a effetto significherebbe tradire un problema che è molto più complesso“. La mia paura è proprio questa ma sarà il tempo a dire come effettivamente le cose sono andate. Vorrei spostare il mio obiettivo sul paragrafo ripreso dal Masterplan del Governo dove si parla di ritardi accumulati fino al 2011 nella spesa dei Fondi europei.

Una osservazione acuta, pertinente e interessante documentata con numeri e date se non fosse che nella squadra di Governo di Matteo Renzi ci sono gli ultimi due Governatori della Regione Basilicata che hanno preceduto Marcello Pittella ovvero Filippo Bubbico e Vito De Filippo. Il primo è stato Presidente della Regione dal 2000 al 2005 e il secondo dal 2005 al novembre 2013. In questo momento i due ex Governatori occupano rispettivamente il ruolo di Viceministro dell’Interno e di Sottosegretario di Stato alla salute. Adesso sarebbe bello chiedere ai predecessori di Pittella Jr. come sono, o non sono, stati spesi i soldi dei Fondi strutturali fino al 2011 e le residualità dei periodi precedenti per quanto riguarda il Fondo di Coesione e Sviluppo. Sarebbe davvero interessante. Non si tratta di polemizzare a tutti i costi o di “gufare” ma sapere i motivi per cui non sono stati spesi tutti i fondi in Basilicata e se questi dubbi li possono fugare due esponenti del Governo potrebbe essere più semplice. Tutto qui.

Dato ciò, pare che a ricoprire certi ruoli e certi scranni siano più o meno sempre gli stessi nomi da un bel po’ di anni e il cerchio, nonostante qualcuno voglia far credere il contrario, è abbastanza ristretto. Come spiega bene anche Sergio Rizzo sul Corriere della Sera siamo di fronte a “cavalli da tiro” che portano avanti l’eredità della DC lucana rappresentata da un luogotenente come Emilio Colombo (ex presidente del Consiglio, diverse nomine da ministro, ex presidente del Parlamento europeo e senatore a vita). In altre parole, questa rottamazione tanto paventata, che già non sembra funzionare benissimo a livello nazionale, a livello locale è ancora meno evidente.

La Basilicata ovunque. E poi il silenzio

basilicata 1

Si parla molto della Basilicata negli ultimi giorni. Una delle regioni più bistrattate d’Italia è sulla bocca di tutti a causa dell’indagine della magistratura sull’emendamento “Sblocca Tempa Rossa” che ha portato alle dimissioni del ministro Federica Guidi e sta allargando la lente su quello che è effettivamente successo negli ultimi decenni nelle terre lucane. Si parla di disastro ambientale e i Carabinieri del Noe hanno acquisito migliaia di cartelle cliniche negli ospedali della regione per verificare le patologie presenti, tra cui quelle relative ai tumori. Si tratta di un aspetto su cui si esprimeranno gli organi preposti, speriamo nel più breve tempo possibile, e di cui preferisco non parlare e attendere i vari risvolti. In questo momento mi interessa analizzare il dibattito che si è innescato intorno ad una regione che nella maggior parte dei casi è totalmente messa ai margini di ogni tipo di discussione. Purtroppo, ahinoi, è la realtà. Ultimamente l’incremento di visitatori a Matera e i film girati nei territori lucani l’hanno vista apparire qualche volta in più ma sempre di una “regione periferica” si tratta.

basilicataL’altra sera a Ballarò uno noto editorialista de La Stampa ha sciorinato una serie di luoghi comuni sulla Basilicata che vanno da “lì vivono con le galline, con le mucche” a “se togli 14 chilometri di costa che sono bellissimi, il resto è un territorio abbandonato, desolato” che sono un po’ i pensieri di chi non conosce il territorio e pensa di poter etichettare tutto senza essere informato sulla realtà di quei luoghi. Partendo dal fatto che vivere di agricoltura non è una cosa di cui vergognarsi o da apostrofare in questo modo ma fa tornare alla mente ciò che è successo dopo l’interessante inchiesta fatta da Report/Presa Diretta lo scorso anno a febbraio (la trovate qui) a cui fece seguito un articolo pubblicato su Il Foglio (lo trovate qui) che apostrofava gli abitanti della regione come “pecorai e morti di fame”. Insomma, la sagra del “preconcetto”. Sono il primo a difendere la mia regione (lo faccio continuamente vivendo da fuorisede) ma nemmeno voglio che si faccia un dipinto di una terra in cui si naviga nell’oro e tutto va bene. La Basilicata ha molti problemi: dall’emigrazione dei giovani alla mancanza di lavoro passando fino ai problemi delle infrastrutture. Un esempio su tutti potrebbe essere la mancanza di FS (Ferrovie dello Stato) a Matera, città capitale europea della cultura e patrimonio UNESCO. Non voglio mettermi a fare elenchi ma potremmo parlare dei servizi sanitari e di tante altre realtà che chi vive lì conosce benissimo. Non è la piccola Svizzera del Sud che molti dipingono. Ho visto il Governatore della mia regione affannarsi in una strenua difesa in diversi talk show e mi ha fatto sorridere e riflettere. Ho pensato fosse il caso di puntualizzare che le cose non stanno nè come dice il noto editorialista nè come le dipinge il Presidente della Regione. La Basilicata ha i suoi problemi ma non è rimasta a Carlo Levi e non è un cantone svizzero o un Lander tedesco: ha una sua dimensione che viene portata alla ribalta in occasione che interessano anche i media nazionali (o mainstream) e poi ripiomba nell’anonimato. Purtroppo non lo dico io, lo dicono i fatti e la storia. La speranza più grande è che dopo questo boom di attenzione per lo scandalo sollevato dai magistrati di Potenza, non si cada nel solito silenzio che contraddistingue da sempre le nostre terre.

Il referendum, la fuffa e l’astensionismo

REFERENDUM

Lo scontro sul referendum del 17 aprile sta salendo di tono. Da quando era un tema sconosciuto ai più, adesso viene tirato in ballo per qualasiasi motivo. Essendo un tema a me caro ed un cittadino di una delle regione che hanno promosso la consultazione vorrei soffermarmi su quanto sta succedendo negli ultimi giorni. Il 17 aprile si svolgeranno le consultazioni elettorali per il referendum abrogativo (articolo 75 della Costituzione) sulle trivellazioni in mare, ovvero per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 (Norme in materia ambientale) ma fino a qualche settimana fa una buona fetta della popolazione non sapeva nemmeno ci fosse un referendum. Nelle ultime settimane è stato fatto un gran lavoro da parte di alcuni giornali e associazioni per dare risalto alla consultazione ma, come al solito, non mancano le polemiche.

Perchè votare SI.

Perchè votare NO.

In molti parlano della “fuffa” e delle chiacchiere che vengono scritte in merito al referendum perchè, a loro avviso, c’è una grande disinformazione e si sta cercando di portare l’obiettivo su altri binari pur di portare le persone a votare. Dall’altra parte della barricata arrivano puntuali gli attaccchi al Governo, e i partiti che lo sostengono, perchè sta cercando di far passare sotto traccia l’evento. La scelta di “astenersi” da parte del PD ha creato molti malumori anche all’interno dello stesso partito e un certo imbarazzo per diversi esponenti: 5 delle 6 regioni che hanno presentato un “conflitto di attribuzione” presso la Corte Costituzionale sono governate da esponenti del Partito Democratico, diversi promotori del referendum fanno parte del maggior partito di centrosinistra e questa decisione di “non esprimersi” ha fatto storcere il naso a molti. Mentre i più stretti collaboratori del Governo e gli esponenti di maggior spicco del partito affermano che il referendum “è inutile” dall’altro lato si da vita ad una “insurrezione” in salsa meridionale con Luigi De Magistris e, soprattutto, Michele Emiliano in prima fila. Qualche giorno fa il Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, si è scagliato contro Emiliano, perchè, secondo lui, sta facendo diventare la campagna referendaria “un test per il Governo” e ha etichettato il Governatore pugliese come “demagogo da strapazzo“.

Persone che fino a qualche giorno fa facevano parte dello stesso fronte, sedevano dalla stessa parte del tavolo e adesso si scontrano. Si finisce sempre così, a far caciara senza entrare nel merito delle questioni.

Sul vocabolario alla parola “referendum” si legge “istituto giuridico in virtù del quale il popolo viene chiamato alle urne per esprimersi su questioni istituzionali e politiche essenziali”. Perchè continuare a fare ostruzione o additare gli avversari come “narratori di frottole”? Siamo quasi arrivati ai livelli dell’invito ad “andare al mare” di Bettino Craxi che il 9 giugno voleva più persone sulle spiagge piuttosto che nei seggi per esprimersi sul referendum Segni. È mai possibile che non vi possa essere una battaglia politica seria e fatta con criterio invece di queste orde di persone che si scagliano pro o contro tizio o caio? A quanto pare no. Per quel che mi riguarda, e per quanto possa contare la mia opinione, spero che tanta gente vada a votare il 17 aprile. Indifferentemente da quale sia il loro pensiero. Si chiama democrazia.

P.S. Io voterò SI.

Se il fuoriclasse non riesce ad allenare

Molti campionissimi non sono riusciti a ripetere nelle vesti di allenatore le imprese che li avevano consegnati alla storia del calcio. Riuscirà Zidane, neo tecnico del Real Madrid, a sovvertire questa tendenza?

Zinedine-Zidane

Il calcio è selezione. Su questo non ci sono dubbi. Non è una frase che arriva immediatamente ma diviene subito abbastanza lineare. La prima avviene a livello naturale, nel rettangolo verde, in base alle capacità, quelle successive si basano su scelte che vanno da quelle societarie a quelle dell’allenatore. L’allenatore, appunto. L’uomo più esposto alle critiche dei tifosi nell’organigramma di una squadra. A seconda dell’andamento della selezione il tecnico potrà essere osannato o criticato e il tutto può accadere in tempi brevissimi. L’uomo al timone di una rosa di calciatori è veramente solo e le sue scelte sono sempre motivo di discussione. In un paese dove si mastica calcio dalla mattina alla sera i nomi degli allentori sono sempre sulla bocca degli appassionati: dalle tv ai giornali passando per le radio nazionali e locali fino ai tifosi del bar dello sport. Bisogna avere un certo carisma e una certa tempra per fare questo mestiere e, soprattutto, non ci si improvvisa allenatori. L’avvento di Zinedine Zidane sulla panchina del Real Madrid al posto di Rafael Benitez ha riportato in auge il dibattito sul filone dei calciatori che dopo aver appeso gli scarpini al fantomatico chiodo si sono spostati davanti sulle panchine nelle vesti di coach. L’arrivo dell’ex fuoriclasse francese sulla panca delle merengues ha destato un certo scalpore visto quello che il francese ha rappresentato per milioni di appassionato quando era calciatore e per la portata mondiale del club che ora rappresenta in prima linea. Zizou, che era stato vice di Carlo Ancelotti, quest’anno ha inziato la stagione come allenatore del Real Madrid Castilla e dopo la gara di Valencia è stato chiamato dal presidentissimo Florentino Perez a svolgere il ruolo di primo allenatore della più famosa squadra della capitale spagnola. Il dubbio più grande è se Zidane sarà in grado di allenare e portare alla vittoria la Casa Blanca. Mi spiego meglio: il valore in campo del francese non è mai stato in discussione, anzi, ma adesso bisogna vedere se Zizou sarà in grado di essere così determinante anche nelle vesti di manager? Se andiamo a spulciare gli almanacchi del calcio mondiale la storia non è dalla parte dei grandissimi che poi hanno intrapreso la carriera da allenatore.

I due esempi lampanti sono Diego Armando Maradona e Michael Platini: le esperienze alla guida delle rispettive nazionali degli ex numeri 10 sono state disastrose. L’ex Pibe de Oro è stato selezionatore dell’Argentina dal 2008 al 2010 e, dopo un girone di qualificazione al limite, tutti ancora ricordano l’eliminazione fragorosa per mano della Germania nel Mondiale in Sudafrica. Platini ha ricoperto il ruolo di commissario tecnico della Nazionale francese dal novembre 1988 al giugno 1992 senza vincere alcuna competizione. Un altro mostro sacro come Zico non ha avuto molta come allenatore: nelle sue esperienze in Giappone, Turchia e Russia non ha raccolto grandi soddisfazioni ma può vantare nel suo palmares un campionato turco, uno uzbeko e una coppa d’Asia. Pelè, per sua scelta personale, non si è mai cimentato nelle vesti di coach mentre Bobby Charlton ha fatto un brevissimo percorso senza risultati degni di nota.

Le unice eccezioni sono Beckenbauer, Cruijff e Di Stefano. Il Kaiser nella sua decennale esperienza da trainer ha vinto una coppa del mondo con la nazionale tedesca (Italia ’90) e un campionato tedesco e una Coppa UEFA con il Bayern Monaco. Alfredo Di Stefano, dopo il suo ritiro, si è dedicato alla conduzione tecnica di svariate squadre e in 24 anni ha vinto 5 titoli nazionali (2 campionati argentini, 1 campionato spagnolo, 1 Supercoppa di Spagna e un torneo di Segunda División) e uno internazionale ( la Coppa delle Coppe nel 1979-80 con il Valencia). Discorso diverso va fatto per Johan Cruijff. L’olandese è stato allenatore delle squadre maggiori per cui ha giocato: l’Ajax e il Barcellona ed è colui che ha portato un modo di intendere il calcio diverso in Catalogna (i frutti si vedono ancora oggi). Nella sua carriera da allenatore ha vinto 4 volte la Liga, 3 volte la Supercoppa di Spagna, 2 Coppe d’Olanda, 2 Coppe delle Coppe, una Coppa di Spagna, una Champions League e una Supercoppa UEFA. Niente male.

A questo punto bisognerebbe capire perchè alcuni dei calciatori più forti della storia non hanno avuto lo stesso impatto che avevano in campo quando hanno vestito i panni di allenatore? Si tratta di una domanda da un milione di dollari ma probabilmente è riconducibile a quello che i più bravi chiamiamo “estro” e che differenzia questi calciatori dagli altri. La capacità di risolvere le partite con una giocata non è paragonabile alla freddezza e alla lucidità che bisogna avere in panca per operare cambi, modificare la posizione degli uomini in campo e prendere di petto situazioni spigolose all’interno e fuori dallo spogliatoio. Ricordate il film “Fuga per la vittoria” quando alla fine del primo tempo il “mister” Michael Caine cerca di far capire alla squadra quali movimenti dovesse fare? Ad un certo punto Pelè si avvicina alla lavagna e, disegnando una linea, dice: “Mister, gli dica di darmi la palla a centrocampo e poi io faccio così, così, così, così e… gol”. Ciò che sembra essere costante in un’ipotetica linea storica è che chi ha avuto una carriera lontano dai riflettori e dalle prime pagine sia molto più avvezzo alla nobile arte dell’allenatore. Gente come Marcello Lippi, Pep Guardiola, Carlo Ancelotti, Vicente del Bosque e Giovanni Trapattoni, solo per citarne alcuni, che ha calpestato altre zone di campo rispetto ai fuoriclasse citati in precedenza e hanno saputo leggere il gioco prima, sia in campo che fuori.

All’ultima generazione di allenatori che ha visto gente come Antonio Conte, Diego Pablo Simeone, Jurgen Klopp e Luis Enrique trionfare tra i confini nazionali, e non, si è aggiunto adesso il grandissimo Zinedine Zidane, che a cavallo dei due secoli ha disegnato calcio come pochi e si è attesto in numerose classifiche dei calciatori più forti della storia. Dopo la roboante prima vittoria ai danni del Depor, sarà in grado di l’ex numero 10 francese di invertire questa tendenza? O sarà l’ennesimo fuoriclasse a non superare la prova della panchina? Al campo l’ardua sentenza. Come sempre.

Papà Castoro raccontaci il 2016

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Prima quando sentivo l’espressione “raccontare una storia” pensavo subito a Papà Castoro che dalla sua sedia dispensava racconti mentre adesso mi viene in mente solo la parola “storytelling”. Ne siamo inondati. Ovunque si raccontano storie. “Perchè si porta”. Non è importante come lo si fa (per alcuni), basta farlo. Qualsiasi cosa diventa una storia. Ogni volta che sento quella parola ho paura di leggere o vedere cosa mi viene proposto (naturalmente poi cedo). Io sono sempre stato un grande fan degli “storytellers” perchè li ho sempre visti come personaggi che svolgono una funzione sociale molto importante ma questa ossessione e questa rincorsa ormai ha fatto perdere gli obiettivi e gi scopi fondamentali di questo tipo di narrazione. La situazione ci è sfuggita di mano.

Purtroppo, come dice Luca Sofri, direttore de Il Post, “il fottuto storytelling è traboccato là dove ha ribaltato un’essenza stessa che era completamente opposta: quella della ricostruzione più fedele possibile della realtà e del mondo così come sono. Il giornalismo. Il campo della scrittura in cui la storia, nella sua grande sostanza, c’è già”. Non benissimo, insomma. Queste continue descrizioni e racconti di storie che poi si rivelano essere parziali non fanno bene al mestiere, che già vive un periodaccio, e alla realtà che è ben più complessa di quella che si trova in alcuni resoconti. Questo tipo di racconto viene utilizzato sia a livello nazionale che a livello locale e spesso ci si ritrova davanti a una realtà ben diversa da quella che ci è stata raccontata. Federico Ferrazza, direttore di Wired, ad esempio spiega come “molto spesso […] una sola storia viene fatta passare come una tendenza universale, un esempio di molti altri simili”. E’ venuta meno la contestualizzazione. Il contorno. Se stessimo parlando di un quadro, potremmo dire che il paesaggio viene dipinto solo in parte. Si prende un punto di quel tutto, il resto poi si vedrà.

Qualche tempo fa mi sono svegliato di soprassalto perchè, alla consueta domanda dei castorini, Papà Castoro aveva risposto “No!” e il sogno si è interrotto. Ho provato a capire perchè tutto ciò ma la risposta non ce l’ho.

Ho scritto questo post tempo fa ma ho deciso di pubblicarlo oggi perchè la mia speranza per il 2016 è di leggere e vedere delle storie che ci parlano della realtà, di racconti volte a costruire e a presidiare cultura e valori. Buon 2016 a tutti!

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"Nulla più della musica ha il poter di evocare un’atmosfera, di accendere un ricordo, di far rivivere un attimo con intensità. Un frammento di musica, può giungerci all’improvviso, cosi come un profumo, mentre camminiamo per strada, e subito un’ondata di ricordi e emozioni si rovescia su di noi. La musica infatti, ci accompagna in ogni momento e in ogni età, costituisce la colonna sonora del film che è la vita."

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